DANILO MANERA. (a cura)
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RACCONTI DALLE CANARIE.
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Redazione e traduzione di: Danilo Manera.
1992. MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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I naufragi della memoria e la solitudine della follia, lesasperante vento secco del deserto, il diavolo nel televisore, lansia degli emigranti e i trabocchetti dellamore: gli incredibili personaggi che popolano questarcipelago meticcio, in bilico fra tre continenti, ci mostrano un volto delle Canarie ben diverso da quello dellantico mito dAtlantide o  ellodierno turismo di massa. Cinque inediti autori insulari.
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RACCONTI DAL MONDO. Percorsi di frontiera di autori da scoprire e di letterature poco frequentate. SERIE DIRETTA DA DANILO MANERA. Direzione editoriale ed esecutiva Marcello Baraghini. Si ringraziano gli autori dei racconti per la collaborazione e Paco Juan Dniz per il disegno di copertina.
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INTRODUZIONE.
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Larcipelago vulcanico subtropicale delle Canarie, costituito da sette isole maggiori, con un milione e mezzo di abitanti concentrati in circa 7.500 chilometri quadrati, si trova al largo della costa atlantica nordoccidentale dellAfrica, dove gli antichi collocavano il Giardino dei Beati o quello delle Esperidi, da cui Ercole, varcate le famose colonne, rub le mele doro.
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La conquista spagnola, conclusasi alla fine del 15esimo secolo, port alla scomparsa o assimilazione degli aborigeni guanches. Alle Canarie nacque uno dei massimi romanzieri spagnoli, Benito Prez Galds (1843-1920), che visse per quasi sempre a Madrid. La narrativa locale ha comunque una lunga tradizione di classici, dai naturalisti fratelli Luis e Agustn Millares Cubas (1861-1925 e 1863-1896) al surrealista Agustn Espinosa (1897-1939), fino ai migliori prosatori del dopoguerra come Isaac de Vega (1920), Rafael Arozarena (1923) e Alfonso Garca Ramos (1930-1980).
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Per capire i tratti distintivi di quanto si scrive in questarcipelago, dotato dal 1982 di ampia autonomia amministrativa, diamo la parola a Jorge Rodrguez Padrn (1943), uno degli osservatori pi prestigiosi e attenti della vita culturale delle isole, autore di numerosi studi sullargomento. Due sono i motivi fondamentali di differenziazione che ci segnala: Da un lato la distanza geografica, per condizionamento della quale le Canarie hanno dovuto generare una propria visione del mondo, e dallaltro lato luso della lingua, perch lo spagnolo che si parla da noi rivela un rapporto tra la persona e la lingua diverso da quello della penisola.
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Tale rapporto concerne soprattutto la parte affettiva della lingua, i suoi aspetti dubitativi, non gi la sicurezza bens linsicurezza. Da qui limpiego zigzagante e carico di intenzionalit retorica delle parole, che alle Canarie non valgono in modo assoluto, ma hanno sempre un doppio fondo. C quindi un distanziamento che nel linguaggio si traduce in ironia e ambiguit. Ci sviluppa forme di scrittura diverse, pi vicine a quelle dellAmerica Latina. Inoltre, gli autori canari si muovono sempre tra due forze, una centripeta che li vincola alle proprie radici e unaltra centrifuga che li spinge allo
sradicamento e alla fuga. Nelle loro opere queste due forze entrano in collisione, generando conflitto o quantomeno perplessit.
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La visione del mondo come qualcosa di instabile, di incerto, che sfuma allorizzonte,  palese nelle lettere canarie dal XVI secolo fino a oggi. I momenti storici in cui maggiormente si proietta in letteratura questa immagine del mondo ironica e doppia sono fondamentalmente quattro: il barocco, il settecento, il modernismo e lepoca delle avanguardie. Questi fenomeni si attivano da noi al margine di quanto avviene nella penisola e in collegamento diretto col centro di diffusione di ognuno di essi. Il barocco di Bartolom Cairasco (1538-1610) arriva dallItalia, lilluminismo di Jos de Viera y Clavijo (1731-1813) rimanda al nordeuropa. Agli inizi del secolo Alonso Quesada (1886-1925) inaugura il modernismo in contatto con gli ambienti ispanoamericani e, negli anni 30, la Gaceta de Arte di Tenerife si collega con lavanguardismo parigino e lespressionismo tedesco.
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La particolare importanza di questi momenti nella storia letteraria dellarcipelago non  casuale: sono infatti epoche in cui si varcano frontiere e domina lincertezza nei valori estetici, perch le forme artistiche sono in rapida evoluzione. Quando i canoni estetici sono invece nitidi e inoppugnabili e la letteratura fissa le sue norme e i suoi modelli, da noi la
creazione letteraria languisce.
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Chiediamo a Rodrguez Padrn se pi recentemente si sia verificato qualche periodo felice dovuto a una simile rottura dei canoni precedenti, e il critico ne indica due: Nei tardi anni 50, quando perde vigore la poesia testimoniale e di denuncia e si cominciano a recuperare aspetti del surrealismo e dellassurdo, attinti ancora dallavanguardia francese, nasce una valida corrente di pittura e scultura informale e astratta (Manolo Millares, Martn Chirino) e sbocciano i versi innovativi di Manuel Padorno. Tutto ci in anticipo rispetto alla penisola, tanto che le generazioni immediatamente seguenti di poeti continuano su questa linea.
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La narrativa risorge invece verso la fine degli anni 70, quando si produce una nuova realt di rottura: il regime di Franco finisce, il Sahara si sgancia dalla Spagna e le Canarie diventano lestremo limite del paese, come una portaerei in mezzo allAtlantico, invasa dai turisti. Giovani narratori, provenienti perlopi dalluniversit e dal giornalismo, sentono
lesigenza di interrogarsi sulla personalit culturale delle isole e il senso della loro storia, non solo ritrarne lanima e il paesaggio come i poeti.
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Rodrguez Padrn cita alcuni nomi rappresentativi delle principali tendenze di questa scuola canaria del racconto: Luis Alemany (1944), che offre con grande disinvoltura linguistica ne I porci di Circe un ritratto brutalmente grottesco e sarcastico della borghesia intellettuale, Juan Jess Armas Marcelo (1946), autore di elaborate strutture romanzesche alla Carlos Fuentes come Le navi bruciate e Lalbero del bene e del male, e Vctor Ramrez (1944), che con opere come Ognuno trascina la sua ombra e Ci hanno lasciato il morto si colloca solitario sul versante del mondo popolare, dalle campagne dellinterno ai quartieri marginali urbani, con una prosa tagliata, primaria, alla Juan Rulfo.
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Vctor Ramrez  probabilmente la figura pi autentica e originale di questo panorama letterario. Vanno per ricordati, tra gli altri, almeno ancora Alberto Omar (1943), Fernando G. Delgado (1947), Juan Manuel Garca Ramos (1949), Luis Len Barreto (1949) e Antonio Flix Martn Hormiga (1951).
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Dirige ad Arrecife, capoluogo dellisola di Lanzarote, la Casa della Cultura e ne anima il bollettino culturale Litoral. Dal n. 22 di tale rivista traiamo il racconto Il cortile di dietro, anticipo di una raccolta dedicata ai marinai di Lanzarote. Ecco un commento di Hormiga sullidentit della sua terra: Si dice che noi abitanti delle Canarie siamo europei nati in
Africa che vivono in Sudamerica. AllAmerica Latina ci uniscono il destino di colonizzati (la conquista delle Canarie nel 15esimo secolo fu una sorta di prova generale di quella del Nuovo Mondo, e non a caso Colombo salut qui da noi le ultime terre note), tratti fonetici e lessicali della nostra parlata, molti legami familiari e la presenza di latinoamericani sulle isole, nonch i traffici marittimi.
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Ma i nostri antenati erano berberi e il nostro paesaggio naturale  africano. Io mi trovo spiazzato dove ci sono troppi alberi a chiudere lorizzonte, mentre non sento discontinuit tra Lanzarote e il Maghreb. Fino a un paio di decenni fa, i nostri pescatori si recavano normalmente nei banchi mauritani e marocchini, e dal Marocco venivano a scambiare magri cammelli giovani, usati da noi per i lavori agricoli, con quelli vecchi e grassi, che loro mangiavano. Ancora oggi, il porto mauritano di Nouadhibou ha pi legami con Las Palmas de Gran Canaria che con la capitale Nouakchott o linterno delpaese.
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Gli altri racconti qui presentati sono tratti dallantologia Narrativa canaria: Siglo 20esimo (1990) a cura di Rafael Franquelo e Vctor Ramrez, del cui amichevole aiuto ci siamo avvalsi.
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Jos Zamora Reboso (1944)  nato nellisola di El Hierro dove esercita la professione di medico. Ha pubblicato Racconti al buio, un testo di non comune potenza espressiva, come si avverte nellestratto che offriamo della lunga Dedica premessa.
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Dolores Campos Herrero (1957)  giornalista a Tenerife e nei racconti dei volumi Daiquiri e Bassora ricerca un clima denso e quasi soffocante con una grande economia di mezzi, per evidenziare il dramma nascosto nel banale.
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Mara Luisa Gantes  insegnante e pedagoga e nei racconti di Isolotti umani narra toccanti storie di solitudine.
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Jos Ervigio Daz Marrero (1958), operatore culturale di Las Palmas de Gran Canaria, ha pubblicato vari titoli di narrativa, tra i quali Oggi: Il demonio in casa, da cui traduciamo lomonimo racconto.

Antonio Flix Martn Hormiga (1951), oltre che affermato pittore,  autore di vari testi teatrali (Shitela. Il Minotauro, 1989) e di favole (Il principe Tiqqlit, 1990), regista e attore.
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Dalla qualit di queste prove di autori giovani o marginali speriamo si possa intuire il rigoglio della scrittura canaria contemporanea, ancora poco nota solo perch larcipelago non si trova sulle rotte letterarie pi facili.
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1. DEDICA. di Jos Zamora Reboso.
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Al paesaggio umano dellisola del Hierro, triste e oscuro, che passa per la mia immaginazione come un mulinello di colori grigi. A Pepita, la bimba mia coetanea che mor come un uccellino, perch il medico anestesista le aveva somministrato una dose eccessiva di cloroformio, per cui continuarono come autopsia quello che avevano cominciato come appendicite, incidendo il suo corpicino piccolo e delicato, spezzettandole le viscere.
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A Enriqueta La Villana, in giovent prostituta, amante dei ricconi e notabili del Hierro, bruna e flessuosa, canzonatrice e sorridente, che ebbe un figlio, frutto della sua brutta vita, consolazione dei suoi anni maturi, morto nella guerra civile a Teruel, e ammatt per la disperazione dopo aver saputo la notizia. Ormai molto vecchia e sudicia fu mia vicina di casa e quando, da bambino, ero solo perch i miei familiari erano andati sui campi, veniva a casa nostra a chiedermi un piatto di patate fritte con tanto olio.
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A tutti gli assetati della siccit del millenovecentoquaranta e rotti e a quelli della precedente, negli anni venti (e a quanti affronteranno la prossima, quasi sicuramente altrettanto assetati), che si lavavano con liquami e percorrevano pi di venti chilometri, su e gi per le balze delle terre vulcaniche, a piedi, con le bestie ormai morte di sete, prosciugate
le fonti da cui non usciva pi nemmeno una goccia, dal paese fino alla costa, scendendo dallorlo dei dirupi, lungo malagevoli e tortuosi sentieri, a riempire una damigianetta di acqua salmastra, attinta ai pozzi scavati dai nostri antenati, battuti dal mare vicino.
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A tutti i morti sepolti nei cimiteri di San Andrs, Isora, El Mocanal, Guarazoca, Erese, Tenesedra, Taibique, Tigaday e Sabinosa, cimiteri piccoli e bianchi, di terra nera e vulcanica, senza un cipresso a ombreggiarli. A mio zio Liborio Garca, seppellito in uno di quei cimiteri, che aveva degli occhi azzurri e una barba bianca che non dimenticher mai e che come mio nonno, Atilio Garca, che non ho conosciuto, era luomo che meglio sapeva fare un innesto, innalzare un muro di pietra e
mettere tetti di paglia alle case, e oltre a ci aveva una rara abilit nel farmi punture intramuscolari e addirittura intravenose, e sapeva guarire dal malocchio con pie orazioni.
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Quando mor mio nonno, mio zio Liborio e tutti i fratelli maschi, sette in totale, incluso il minore, mio padre, Romualdo Garca Medina, un vero autodidatta che da bambino studiava da solo, pascolando capre, e a suo tempo, insieme al signor Isaatus, mi insegn a leggere Cervantes e Shakespeare, emigrarono tutti a Cuba. Laggi a Cuba, mio padre, a sedici anni, tagli canna da zucchero come un negro, fu sguattero di cucina dei contadini creoli, che gli erano grati per il buon sapore che dava al riso coi fagioli, venditore ambulante di tabacco da un villaggio allaltro, in groppa a un ronzino, nella provincia di Oriente, dormendo nelle notti dei Caraibi, stellate e nerazzurre, in unamaca appesa a due palme, protetto dalla vicinanza di qualche capanna, dove gli permettevano compassionevolmente di fermarsi.
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Fu anche maestro di scuola, e scrisse ferventi lettere damore alle giovinette della Perla delle Antille, senza riguardi per il colore della loro pelle. Quando si ammal di malaria, mio zio Liborio venne dallAvana, dove lavorava su un banco del mercato, fino al luogo in cui si trovava prostrato e gli salv la vita, prendendosi cura di lui come un padre. Dopo il ritorno nellarcipelago, Liborio Garca, con quegli occhi azzurri e la barba bianca che ricorder per sempre, fu bastonato varie volte dai falangisti, in quanto rosso, e ciononostante, finita da poco la guerra civile, non smetteva di andare a piedi, di notte, da Isora de Azofa alla citt, a casa di un amico e compagno, per ascoltare Radio Mosca con le ultime notizie della seconda guerra mondiale.
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Liborio Garca, seppellito in uno di questi cimiteri, mor di polmonite, perch la penicillina, che trafficava da Madrid Federico Chico, non arriv mai al Hierro in quegli anni, e comunque era ovviamente inaccessibile per le tasche dei miei parenti.
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A Chuca La Scocciatura, squalo delle strade, mascolina e malintenzionata: i viandanti notturni avevano il terrore di imbattersi in lei. Usciva ci fosse o no la luna, con una rivoltella in mano, scarmigliata, coi capelli canuti e lunghi, i baffetti sulle labbra e il diavolo per compagnia abituale.
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Al Trampoliere, il cui vero nome era Miguel Parrondo, vecchio folle che sinnamorava di continuo e se la faceva addosso senza volerlo, per la semplice vecchiaia, e che aveva un nastrino rosso nei capelli, lunghi come quelli di una donna. I ragazzi gli facevano percorrere quindici chilometri a piedi, da Erese a Tenesedra, raccontandogli che Juanita, la pi bella
ragazza di Tenesedra, gli dava un appuntamento amoroso alluna della notte.
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A Ofelia Torres, giovane con fama di sempliciotta, finch le malelingue che tennero dietro ad alcuni occhi di lince la misero in dubbio per via degli incontri notturni col suo fidanzato, e rimase disonorata senza costrutto, disprezzata dalla gente e con un figlio nella pancia, che non arriv a partorire perch abort, e se ne and allora in Venezuela per incanalare la sua vita con una decisione che non sembrava andar daccordo col suo carattere di bonacciona un po timida, e avviare una carriera che la riport poi a Santa Cruz di Tenerife, dove in una taverna di via La Curva, dalle parti del porto, viene onorata dai marinai di tutto il mondo, con profitto e guadagno del suo corpo, e la stima delle sue colleghe.
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A Pedro Machn, il migliore che ci fosse negli anni dieci per la lotta canaria, capace di portare a spasso un barile di mosto da quaranta litri con una mano, come se fosse un giocattolo. Nel corso di un pomeriggio trionfale atterr, a La Laguna di Tenerife, trenta uomini, uno dopo laltro.
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A Isabelita, lidiota pi pacifica che abbia mai avuto Tenesedra, il cui istinto materno nei confronti dei tre figli era superato solo dallamore che portava al consorte Fernando. A Fernando, giovanottone forte e allegro, povero come un topo e svelto come un gheppio, che si spos con Isabelita pensando alla dote che avrebbe portato con s. Poich per, dopo essersi sposato, la dote non arriv e per di pi si rese conto che Isabelita era scema, and a vivere con unaltra donna, pi appetitosa di sua moglie, mentre Isabelita, pazza damore, si sezion la giugulare.
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E ai genitori di Isabelita, che non aprirono la borsa e negarono la dote sostenendo che Fernando lavrebbe dilapidata in vino e donnacce. Ora si prendono cura dei tre orfani. Fernando viene ogni tanto a trovare i bambini di nascosto e gli regala caramelle.
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2. LA PAZZA. di Mara Luisa Gantes.
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Osserv attentamente nello specchio ciascuno dei suoi lineamenti: cominciavano a spuntare alcune rughe tenaci, ma il trucco le nascondeva sapientemente. Le sue guance pallide avrebbero ritrovato il sole grazie al Bolero luminoso che sintonava col suo rossetto reclamizzato per televisione. Un neo artificiale, accanto alla bocca,  sempre stato un buon richiamo per la compagnia. Il vestito rosso aderisce al corpo e sottolinea il platino dei capelli.
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La borsa per i documenti, la borsa dei regali, la borsa del maquillage, la borsa delle riviste e la borsa per gli imprevisti. Pronta.
Hmmm! La mia pelle si delizia di questo meriggio tiepido. Mi piace laria fresca. Peccato che circolino sempre pi automobili. Dove mi sto dirigendo? Pensa un momentino, Mara Antonia, hai sempre avuto una memoria zoppicante. Ah, s! Come ho potuto scordarmelo? Devo denunciare la scomparsa di Csar. Sono sicura che lo trover; non capisco come ha potuto andarsene in quel modo, svignandosela senza dir nulla. Come sono bella! Tutti gli uomini mi guardano. Gli operai delledificio nuovo mi lanceranno sicuramente complimenti piccanti. Per, non mi ero accorta che avessero demolito la casa dei signori Guerra, che fine avranno fatto?
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Quel ragazzo coi riccioli mi guarda insistentemente,  carino, forse vorrebbe... Ma no, adesso bisbiglia qualcosa al suo amico e quellaltro mi grida non so cosa, non lo capisco, non lo voglio sentire. Andiamo, Mara Antonia, non sei pi una bambina, non devi spaventarti, vorr sicuramente farti sapere lammirazione che provochi in lui. Dopotutto,  logico, le
ragazze di adesso non sanno vestirsi, non sono affatto eleganti. Tu, invece, nonostante abbia i tuoi annetti, non molti, chiaro, conservi una figura attraente e ti muovi con molta grazia. Ma perch questo tizio qui mi dice di star zitta? Oggigiorno non c pi alcun rispetto per le signore!
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Le macchine cessarono progressivamente il loro ticchettio, mentre si diffondeva per tutto lufficio un mormorio di curiosit. Dietro il bancone, un uomo in uniforme si schiar la voce prima di chiedere con ironia: Cosa desidera, signora?; guard i suoi colleghi con un gesto scherzoso, accingendosi a interpretare il proprio ruolo.
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Buona sera, signor agente. Ho smarrito il mio Csar alcuni giorni fa e, per quanto labbia cercato, non mi riesce di trovarlo. Potrebbe gentilmente dirmi come posso rintracciarlo?
Certamente, signora. Il suo Csar, com? Me lo descriva per favore.
Oh, Csar  molto buono e affettuoso, un po brontolone, per via dellet, mi capisce?, ma mi vuol bene e mi tiene compagnia. Io vivo sola, sa?
Bene, e allora?
Insomma, lui mi protegge da quello che potrebbe capitarmi. Si sa che al giorno doggi una donna non pu vivere tranquilla. Ci sono molti teppisti in giro, non crede?
Bene, daccordo, ma vuol dirmi com Csar?
Non diventi nervoso. Glielo dir: Csar  marrone con gli occhi color miele, peloso, con la coda arricciata e le orecchie dritte, vede?, cos.
Una risata generale fece abbassare le mani a Mara Antonia che, guardando gli uomini vestiti di uniformi azzurre, si stir la gonna.
Dai Mauricio, basta, dille che se ne vada, non vedi che  pazza?
Le risate trapanarono di nuovo le orecchie di Mara Antonia, che sent il consueto groppo alla gola. Facendo un ultimo sforzo, chiese di nuovo: Signor agente, potrebbe cortesemente dirmi come rintracciare il mio Csar?.
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Fernndez, senza sapere perch, prov compassione per quella donna. Sotto lo spesso strato di rossetto e trucco mal distribuito, si indovinavano profonde rughe che davano al suo volto uninaspettata espressione di tristezza. Il suo continuo sorriso lasciava intravedere i denti gialli e sbreccati. I capelli, radi e scarsi, le cadevano scomposti sulle spalle curve.
Accentuava il suo aspetto desolante quel vestito giovanile e provocante.
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Guardi, signora, noi non possiamo fare molto. Ci lasci il suo indirizzo e se qualche agente vede il suo cane, lavvertiremo.
Pap Fernndez e le sue opere di misericordia grid uno.
 cos che ti guadagni il paradiso, no?
Piantatela! ribatt tra indignazione e vergogna il poliziotto.
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Mara Antonia comprese. A quel punto comprese. Non avrebbe dovuto uscire. Perch aveva lasciato casa sua? Non si ricordava pi cosa lavesse fatta arrivare fin l. Perch aveva lasciato casa sua? Ci sarebbero da lavare le tendine della cucina. Perch aveva lasciato casa sua? Il silenzio pu romperlo il vecchio grammofono col suo disco eterno, quello che parla di
desiderio irraggiungibile, di tenerezza calpestata e di verit inaudite. Perch aveva lasciato casa sua?
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Cosa? Come? S, s, me ne vado, grazie per la loro attenzione, signori; disegn diligentemente un ultimo sorriso e abbass gli occhi per non vedere volti umani.
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Lappartamento odorava di calore di cucina, di fumo di sigaro, di naftalina. Mara Antonia chiuse la porta, accese la televisione, abbandon le borse sullattaccapanni e si lasci cadere sulla poltrona dalle toppe logore. Riusc a vedere la fine della trasmissione, quando il presentatore distribuisce, tra i sorrisi, migliaia e migliaia di pesetas ai concorrenti, che piangono di gratitudine davanti al pubblico. Piangeva anche Mara Antonia. Anche lei sapeva piangere.
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3. OGGI: IL DEMONIO IN CASA. di Jos Ervigio Daz Marrero.
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Oggi mi sono alzato molto prima del solito e sono andato a far visita al mio vecchio confessore. Lanziano prete  stato contentissimo di vedermi dopo tanto tempo. Lho trovato nella sua cella, che discuteva ad alta voce con s stesso, con un libro di santAgostino aperto sul leggo. Sono andato da lui perch fu il primo a parlarmi del demonio. Dopo un po si 
messo a guardarmi fisso negli occhi e mi ha detto: Figliolo, hai delle occhiaie spaventose e sei pi magro di me. Vuoi dirmi che ti succede?.
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Gli ho risposto che ho il demonio in casa e non so che fare. Il prete  sbiancato. Se n rimasto un bel pezzo a meditare, poi si  alzato e mi ha chiesto di aspettarlo, consigliandomi di recitare nel frattempo tre padrenostri.
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 tornato, indossando la sua sottana nera e con in mano una valigetta, in cui aveva messo un aspersorio con acqua benedetta, il dito mignolo di San Pancrazio, conservato nella cripta del convento, e un libro antico in latino, sulla cui copertina si vedeva il volto del Maligno circondato di fiamme, sotto il segno ammonitorio della croce. Ah, se mi avessi dato retta ha
detto il mio vecchio confessore mettendosi in cammino, e ti fossi deciso a vestire questabito talare, ora non saresti tormentato dal Nemico! Ma vediamo cosa si pu fare...  ha aggiunto rassegnato.
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Il prete si  fermato sulla soglia di casa mia, annusando come un segugio. Dov? ha detto, pulendosi con un fazzoletto gli angoli bianchi delle labbra. Di sopra gli ho risposto, mi segua. No, vado io per primo ha detto, adempiendo un dovere di coscienza e facendosi avanti su per le scale. Il mio vecchio confessore ha infilato il corridoio del piano superiore ed  entrato direttamente in bagno. Non  l, padre gli ho detto allarmato. Lo so, figliolo, lo so ha risposto il sacerdote sollevando la sottana.  che tutte le volte che Lo affronto mi viene la diarrea e preferisco premunirmi.
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Cominciavo gi a domandarmi che diavolo stava facendo nel bagno, quando si  sentito lo sciacquone e il prete ha aperto la porta, lasciando uscire una puzza insopportabile. Dovrebbe rivolgersi a un gastroenterologo, padre gli ho consigliato. Ma il mio vecchio confessore non faceva altro che fiutare in tutte le direzioni col naso per aria e gli occhi iniettati di sangue.  strano ha detto il prete, un po sordo, non sento nessun odore... Bene, dov?.
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Qui, gli ho detto, portandolo dritto al televisore. Dove? ribatt, diventando verde e tendendo i muscoli in maniera tale che ho temuto gli prendesse un infarto. L, nel televisore gli ho detto indicandogli lapparecchio, ogni volta che lo accendo mi appare il demonio.
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Il prete, che gi aveva sollevato laspersorio, si  girato verso di me, mi ha guardato incredulo, ha spalancato la bocca come una buca delle lettere e poi, reagendo, ha lasciato cadere il braccio, scaricandomi sulla testa con laspersorio una botta mortale, che mi ha steso supino sul tappeto.
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4. SCIROCCO. di Dolores Campos Herrero.
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Villamargarita si svegli soffocata. Quando si aprirono le prime finestre, tutto il paese odorava di polvere. Alle sei del mattino, Toribio, il panettiere, cominci il giro. Il suo furgoncino si apriva la strada nella fascia bianchiccia dellaria. Poco prima aveva azionato il tergicristalli per spazzar via i resti di terra e umidit del parabrezza anteriore. Ma era stato inutile.
Merda esclam e socchiuse gli occhi come se fosse possibile schernire quellatmosfera molesta.
Usc dal renault con il sacco delle pagnotte e incroci Anbal.
Brutte giornate mormor.
Non abbiamo niente da invidiare a Londra, eh?
Cosa?
Dico che in quanto a nebbia 
Ah, fanfaluche.
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La via Eroi dellIndipendenza era stretta, piena di villette a un solo piano con giardino. Si leggeva dappertutto Attenti al cane e, appena compariva un intruso, i botoli latravano difendendo la propriet dei loro padroni, i ricchi di Villamargarita. Quella mattina, dietro lavvertimento canino si scorgeva a malapena un impasto di terra, forme confuse di lauri dIndia e, come sempre, i passi frettolosi delle domestiche che rispondevano alla chiamata del panettiere.
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Il calore non era ancora insopportabile, ma cera da temere lavanzare del giorno, il torrido mezzod che si sarebbe fatto largo in mezzo a quel viluppo di vapori terrosi.
Maledetto scirocco, maledetto imprecava Toribio; quarantacinque anni a Villamargarita e ancora non riusciva ad abituarsi a quel dannato vento di Sudest. Secondo lui non cera niente di peggio. Il cielo non si poteva vedere, sicch era inutile guardare in alto; tuttavia, il panettiere non poteva evitare di farlo di tanto in tanto.
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Nel 54, Toribio aveva undici anni. Le lezioni erano appena iniziate e lui stava andando a scuola con la sua cartellina di cartone quando vide una macchia rossa e densa che avanzava sul mare. Centinaia e centinaia di locuste sorvolarono il paese e non ci fu scuola. Si ricorda ancora che lui e sua madre uscirono sulla porta a far baccano con le casseruole come miglior metodo per combattere la piaga. Quattro anni pi tardi le locuste tornarono e ancora adesso lo stomaco gli si contrae di fronte alla possibilit di veder comparire nel cielo lo stormo dinsetti, soprattutto perch gli viene in mente limmagine di suo fratello di due anni nel cortile di casa; il suo fratellino, innocente e felice, che mastica locuste.
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Dopo lo scirocco, era lunica cosa che ci mancava ragion di malumore, mentre effettuava la distribuzione meccanicamente, mezzo assorto come ogni mattina. Il negozio della signora Benigna dava limpressione di essere costruito solo a met, pi
che altro perch lei sera intestardita ad alzare di altri due piani la casa familiare dimenticandosi di dare la calce alle pareti laterali. Le pareti laterali mostravano scopertamente le proprie viscere: i cubetti grigi di cemento, i misteri banali delledilizia. La signora Benigna era unaltra delle decine di vedove in vita che popolavano Villamargarita.
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 colpa dello scirocco pensava Toribio.
 che, quando soffiavano quelle ventate afose, si impadroniva degli uomini unirrequietezza, un bruciore senza rimedio, unagitazione, un rodimento, un disequilibrio, un qualche sussulto interno che li spingeva ad entrare in casa e dire: Carmen, vado a comprare le sigarette. Tarder un poco.
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E tardavano abbastanza da far disperare chiunque e poi mandavano una lettera da La Guaira o da Montevideo e l simpegnavano a far soldi e dimenticare il dannatissimo vento. Perch lo scirocco di Villamargarita, lo dicevano tutti, faceva impazzire gli uomini.
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5. IL CORTILE DI DIETRO. di Antonio Flix Martn Hormiga.
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Due cose nel giardino: un cerchietto di plastica blu e un pacchetto di dolciumi vuoto. Rewind.
Due cose nel giardino: una lattina ossidata di latte condensato e un bavaglino da bambino con la scritta cattivo. Rewind.
Due cose nel giardino: un frammento di cerchio di botticella e un pezzetto di turacciolo annerito. Rewind.
Due cose nel giardino: un cactus e un coleus dalle foglie macchiettate. Rewind.
Due cose nel giardino: un coltello sporco di fango e una latta piena dacqua. Rewind.
Un pezzo di terreno che si vuol trasformare in giardino. Rewind. Niente.
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La casa  grande, con un patio spazioso, ombreggiato da un albero con bacche aspre di colore giallo quando sono mature. Le camere da letto con i loro soffitti alti e la luce lattiginosa filtrata dalle tende. I letti di legno duro colore del cognac, verniciati trenta volte, ogni volta dopo averli ben puliti con ammoniaca.
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Lidea di fare un giardinetto nel cortile sul retro, dove cerano la colombaia e la capra, fu di Daniel Vicente, perch fin da piccolo aveva quel suo amore per il verde, di cui la citt era cos povera. Attingemmo dalla cisterna mezza latta di acqua fresca e desiderabile come un dolce. In un angolino del terreno segnammo con dei sassi il riquadro che avrebbe dovuto
diventare giardino, appena un metro quadrato. La zia Paca ci prest il coltello per scavare i buchi dove mettere lestremit secca del cactus e le radici umide del coleus dalle foglie macchiettate.
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Daniel Vicente fece da giardiniere-maestro di cerimonia e noialtri assistemmo come solerti aiutanti. A me, dato che ero solito andare a zonzo per la battigia inondata dalla marea, tocc andare a cercare ciottoli. Scelsi quelli pi regolari, simili tra loro e brillanti, percorrendo tutta la riva da davanti al Vicolo Liscio fino alla Ridotta, e dato che cera bassa marea, mi avvicinai camminando tra le alghe fino allIsolotto della Fermina.
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Fu mentre mi trovavo sullisolotto che vidi la velatura della Dolores in direzione di Fuerteventura. Salii su un relitto dimbarcazione arenato sulla spiaggetta e contemplai estasiato lo scintillio triangolare delle vele. Pensai subito al mulino del capo: ero sicuro che sul promontorio cerano in quel momento un gran numero di persone intente a scrutare lorizzonte e mi sentii una sentinella in posizione avanzata. Non fu colpa mia se il giardino ritard di un giorno intero, fu colpa della natura e della luna, giacch, mentre ero ammaliato dalle vele lontane e dal mare, la marea sal e mi ritrovai isolato.
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Dato che di mettersi a nuotare con la borsa zeppa di ciottoli non se ne parlava nemmeno, andai da una parte allaltra dellisolotto fin quando vidi il signor Nicols che remava dalla Ridotta, dove teneva ormeggiata la piccola paranza, verso la Pescheria. Mi tolsi la camicia e lo chiamai urlando il suo nome. Vidi con allegria che virava e rivolgeva la lancia verso di me. Si intrattenne a ridere finch saltai sulla scalinata del molo.
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Era quasi buio quando giunsi a casa. Entrai cos di corsa che udii a malapena la voce della nonna, sempre attaccata alla porta dellingresso, con la mano estremamente bianca appoggiata allaltezza del saliscendi. Nel cortile di dietro non cera nessuno, per terra cera solo il segno tracciato con un bastone di dove andavano disposti i ciottoli. Le piante e la latta dacqua erano contro una parete.
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Andai in cucina e dissi a mia madre che stava arrivando la Dolores; Vediamo se tuo padre manda qualcosa disse lei e continu a fregare il paiolo grande con la sabbia, mentre sul fuoco si scaldava il latte per la cena, quando una si mette a scaldare il latte non pu lasciare la cucina nemmeno un istante, perch quando meno te lo aspetti quello sale e si versa,
aggiunse. Daniel Vicente gridava: Dov il naufrago?!. Me lo sarei dovuto immaginare: il signor Nicols aveva dovuto spiegare alla gente della Pescheria cosa lo faceva ridere tanto. E nonostante fosse un uomo serio, la sua notizia aveva fatto il giro del quartiere come qualsiasi altro pettegolezzo.
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Fu cos che mi guadagnai il soprannome di il naufrago. Meglio esserselo guadagnato in questo modo e non a causa di un incidente reale, come alcuni dei miei amici di cui non si  pi saputo nulla... Ma questo accadde pi tardi, quando navigavamo gi per i banchi africani.
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La casa  cambiata nel corso del tempo, in diverse occasioni le mura sono state picchiettate e imbiancate a calce in una lotta quasi disperata contro lumidit e il salnitro:  che questa casa  stata costruita con acqua salata, ripeteva sempre mia madre. Il cortile di dietro ora  pi ampio perch molti anni fa sono stati tolti la colombaia e il recinto della capra; inoltre il suolo  stato pavimentato di piastrelle rosse, ma non tutto: rimane quel cantuccio che scegliemmo come giardino delimitato da ciottoli.
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I nipoti giocano nel cortile di dietro, il cerchietto blu  un pezzo del succhiotto del pi piccolo di mia figlia Sara e il pacchetto metallizzato di dolciumi lo ha certamente gettato via Daniel, nipote di mio fratello giardiniere, che riposi nella pace del Signore.
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Il cactus non  lo stesso e il coleus dalle foglie macchiettate deve essere il nipote del primo; ci sono anche uno scoppio verdegiallo di croton, delle sansevierie, un ficus, tutti pigiati in un territorio tanto esiguo. Tutto se n andato. Le vie si sono trasformate. La marina saccalca schiacciata contro i muri del parco, non ci sono pi pozze costiere da dove avventurarsi in mare. Lisolotto di Fermina.
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Mi piace il cortile sul retro, la sua luce, il cielo sopra... di notte contemplo da l lo scintillare sempre pi lontano e meno visibile delle stelle. Il cortile di dietro  come una zattera in mezzo a un mare di ricordi, chi lavrebbe detto?: adesso s che sono il naufrago.
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FINE.